Il respiro dello Zaccheria

5 Ott

 

home sweet home

 

3 ottobre 2010, ritorno di Zeman allo Zaccheria.

La domenica nasce come un grande “remake”, un po’ come andare al cinema a vedere il nuovo Indiana Jones. Me le immagino settemila e passa anime prepararsi a rispolverare un’antica liturgia, cercando di lasciare tutto immutato, come se si trattasse di una gigantesca scaramanzia, per far tornare indietro il tempo, per riprendere il filo del discorso da dove lo si era lasciato.

Davanti ai cancelli si è formata una coda che arriva fino a Piazza Libanese. Primo impatto con il ventre del tifo foggiano. Tra prefiltraggio e ingresso vero e proprio se ne va quasi un’ora. Qualche borbottio, qualcuno che cerca di fare il furbo, ma tutto sommato il tempo passa veloce e tranquillo. La prima cosa che mi colpisce è che quasi nessuno parli di calcio. Negli anni passati l’entusiasmo, o più spesso il malcontento, si manifestavano in un brusio di commenti più o meno tecnici sui giocatori, la tattica del mister, le aspettative per la stagione. Questa domenica tutto questo è sospeso, più che una partita di calcio, ho davvero l’impressione di essere in coda per il cinema.

Entriamo appena in tempo per vedere l’ingresso delle squadre, il colpo d’occhio delle due tribune è fantastico. La Sud mostra i segni della protesta con una fetta di curva lasciata vuota e lo striscione “come ci vorreste voi”. La Nord, vuota e grigia, francamente è un pugno in un occhio.

Fino al fischio d’inizio è un applaudire continuo, ce n’è praticamente per tutti: i giocatori, Don Pasquale Casillo, ed ovviamente Zeman, il più atteso, vero protagonista della domenica. Zeman è l’uomo della Provvidenza, il “Deus ex machina” tornato per salvare le nostre anime. Non sto scherzando, veramente si fa fatica ad ignorare le analogie liturgiche, c’è anche il tifoso che gli regala la caramella prima dell’inizio…

I primi dieci minuti, con la curva volutamente muta, accentuano la sensazione di straniamento. Per coprire il silenzio si applaude praticamente tutto, anche i falli laterali a favore; nessuno parla ancora di calcio, ed io mi sento sempre più ad una cerimonia. Vista l’età dei giocatori sembra la consegna dei diplomi agli esami di Stato.

Proprio mentre la curva interrompe il silenzio, il Viareggio è nel suo momento migliore, il Foggia arranca a centrocampo e le ripartenze degli ospiti fanno male sul nostro fianco destro, Caccetta viene messo in difficoltà; la curva comincia a cantare, la gradinata comincia a mormorare. Così arriva il primo gol, tra lo stupore generale; si sapeva che si sarebbero subiti gol, ma speravamo veramente tutti di non andare in svantaggio. Siamo un po’ disorientati, per fortuna c’è la curva che si accende ancor più di prima, cercando di scrollarsi di dosso le ansie del momento.

Il ghiaccio, almeno dalla parte del pubblico, si è finalmente rotto; complici i cori che ci ricordano dove siamo, si iniziano a sentire qua e là le tipiche espressioni del repertorio foggiano, incitamenti e rimproveri, qualcuno dei più giovani azzarda anche qualche critica, ma per lo più i tifosi di mezza età rimangono in contemplazione, senza sbilanciarsi troppo. Grazie al cielo arrivano i due gol del Foggia.

Il boato atteso e trattenuto si realizza. Tra tutti gli eroi designati, spunta la testa di Agodirin, novità della formazione, poi c’è la magistrale punizione di Laribi: un’apoteosi. La Pasqua boema è finalmente compiuta, lo spirito dei settemila si risolleva, se fossimo davvero al cinema o in chiesa probabilmente la partita finirebbe qui.

Ed invece purtroppo siamo allo stadio, stiamo assistendo ad una vera partita di calcio, e la nostra squadra, pur generosa, mostra di essere la parte in causa meno preparata all’evento. I tifosi avevano avuto Zemanlandia 1 e quindici anni di repliche per covare questa domenica 3 ottobre; loro, gli undici “Sdengo Boys”, sono i veri novellini della situazione, la gente lo sa, e cerca di applaudirli tutti, di infondere coraggio più che soggezione, di far vedere lo Zaccheria come il loro covo e non come una giuria popolare o plotone d’esecuzione. Lo sa anche Zeman, che sembra il padrone di casa che cerca di mettere a proprio agio gli ospiti; ma le magie non sempre riescono al primo colpo, addirittura sembra che siano gli avversari ad essere più motivati dalle urla e dai fischi di quanto non lo siano i nostri dagli applausi.

Anche l’arbitro, che la tradizione vorrebbe timido e “casalingo”, non ce ne fa passare una, e verso la fine del primo tempo concede il rigore al Viareggio. Parte una bordata di fischi incredibile, l’aria sembra essere più densa del normale, anche io avrei paura a tirare quel rigore, solo Longobardi non fa una piega e spara addirittura centrale spiazzando Ivanov.

Ci hanno rovinato la festa, o forse inizia a farsi strada una nuova idea: quest’anno siamo forti, ma bisognerà lottare. La gente inizia a toccare con mano e rendersi conto di persona dell’effettiva realtà dei fatti. Quando Zeman ha firmato il contratto del ritorno in panchina, non ha firmato nessun documento speciale che ci garantiva la promozione; le vittorie non scaturiranno “ex facto” dalla venuta del messia. Dall’altra parte ci sono undici ragazzi come i nostri che corrono, sudano e vogliono vincere proprio come i nostri. Certo però che quegli altri undici ragazzi questi settemila tifosi li vedranno solo una volta nel corso di tutto il campionato…

Per la cronaca il secondo tempo scorre con qualche occasione per il Foggia, una punizione di Burrai per la quale abbiamo ancora tutti l’urlo strozzato in gola, un’espulsione per il Viareggio e poco altro. Il calcio reale è questo; le amarcord portano grandi emozioni, ed un fascino che domenica ci ha quasi tolto il fiato, ma al 90°, di fronte ai risultati, lasciano il tempo che trovano.

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