“Wake up” – John Legend & The Roots

10 Ott

 

Wake up, la cover

 

Album uscito il 21 settembre 2010, genere R’n’B, Soul, Hip-Hop.

Parlando di un lavoro con forti connotati sociali (per non dire politici e storici), si possono prendere in considerazione diverse chiavi di lettura. La prima e più immediata è quella di premere semplicemente play ed ascoltare come suonano le tracce, ed è quello che cercherò di descrivere qui di seguito.

Il disco parte con una traccia (“Hard times”, la mia preferita) dal sapore tipicamente funky-soul, irrobustita da una linea hip-hop che prende il sopravvento durante la strofa rappata (Black Thoug), e nel complesso si armonizza molto bene con il resto della strumentale. Il pezzo è probabilmente quello in cui la fusione dei generi si realizza meglio in tutto l’album, senza dare vita ai “Frankenstein” musicali a cui assistiamo quando le label decidono di incastrare artisti e stili; senza tenere conto del fatto che in musica non sempre 2+2 fa 4.

Scivoliamo gradevolmente su una traccia di R’n’B classico, ed arriviamo alla title track: un pezzo molto sentimentale ed appena smielato anche nell’interpretazione vocale, si rimane comunque nell’ambito buon gusto; anche qui il rap fa la sua irruzione (Common) e la strofa cerca di rispettare le armonie del pezzo, senza inserire un beat forzato, ma risulta un po’ timida.“Our generation” è una raffica musicale, metaforicamente è anche un “test del d.n.a.” per l’hip-hop: ascoltate la traccia con l’intervento del rapper CL Smooth e vedrete chiaramente la radice “black” generare il suo frutto più moderno. Si va avanti nell’ascolto con una sorta di talking dub che introduce “Little ghetto boy”, traccia decisamente conscious, anche qui strofa rap ben integrata nel contesto.

Proseguendo il viaggio nell’opera, notiamo come il soul prenda marcatamente il sopravvento, con escursioni di traccia in traccia che toccano il rocksteady nella piacevole “Humanity”; blues più marcato nella ballata struggente “I can’t write left handled”; ed infine sensazioni gospel con tanto di coro e battimani in “I wish I know how”. L’impressione generale all’ascolto è quella di trovarsi di fronte a brani autonomi e diversi fra loro, arrangiati ed eseguiti in maniera piuttosto raffinata, ma cantati con un timbro vocale leggermente meno profondo del dovuto, che a volte viene sommerso dalle strumentali, con qualche calo di tensione espressiva e di carattere.

Togliendosi il paraocchi storico è evidente che ci troviamo di fronte ad un cover-album (un solo inedito: “Shine”), che nelle intenzioni dichiarate dagli artisti trae ispirazione dall’elezione di Obama. A tal proposito non posso non apprezzare l’accostamento delle tematiche di emarginazione e speranza presenti in brani di un’epoca certamente più difficile dell’attuale, in cui l’integrazione razziale negli Stati Uniti è una realtà tangibile. Sottolineo anche come la ricerca dei pezzi da antologizzare non sia affatto banale, ed in molti casi ridoni vita e ribalta a brani per qualche motivo sottovalutati dai contemporanei.

Una bella iniziativa culturale quindi, alla quale posso solo imputare il fatto di non generare un album con una poetica organica; e, soprattutto se si pensa al fatto che venga presentato come una collaborazione Legend-The Roots, ci si potrebbe aspettare qualcosa in più nella parte hip-hop, che a metà album praticamente scompare. A parte i singoli brani che ho segnalato in precedenza, consiglio vivamente l’ascolto agli appassionati di hip-hop & R’n’B che vogliano apprezzare il confronto con le influenze storiche. Lo consiglio anche a quanti apprezzino la musica come flusso di idee in continuo mescolamento ed innovazione; al rovescio della medaglia i puristi potrebbero rimanerne delusi.

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