Gigi Di Biagio, il gladiatore

22 Ott

 

Figurina di Di Biagio

 

Secondo Zeman i centrocampisti devono fare due cose quando hanno la palla: tirare o passarla avanti; così si velocizza la manovra e si evitano errori. Per di Biagio quella era diventata  la regola: passare o tirare, fino alla noia; tanto che queste abilità affinate negli anni al Foggia lo caratterizzeranno per tutta la carriera.

Luigi, per tutti Gigi, nasce a Roma il 3 giugno 1971, e cresce nel vivaio della Lazio, con cui esordisce in serie A a 18 anni, nel campionato 1988/89. Quella partita fu l’unica in biancoceleste della sua vita, la Lazio non punta sui giovani, cederà anche il coetaneo Di Canio; ed in estate Di Biagio viene scambiato con il difensore del Monza Massimiliano Nardecchia (Carneade assoluto). Gigi si sente tradito: è cresciuto al’Olimpico, da tifoso a raccattapalle, tutta la crescita nelle giovanili ed una serie A appena assaggiata con la squadra del cuore, per un romano di Roma, sbattuto in serie C… E’ stato un po’ come diventare improvvisamente adulti, dirà, capire che il calcio per lui iniziava ad essere un lavoro, e le fedi contano poco di fronte alle scelte delle società.

Ripresosi dal trauma, a Monza trova posto in pianta stabile negli undici titolari, finendo per ricoprire praticamente qualsiasi posizione, anche il centravanti. Con la maglia biancorossa gioca tre stagioni, conquistando la promozione in serie B.

Il Foggia lo prende al secondo anno in A (92/93). Zeman lo vede come mediano, di fatto sancendo il passo decisivo nella sua maturazione tecnica e tattica. Dopo l’avvio stentato di tutta la squadra, Gigi si presenta al suo pubblico alla 6^ in casa contro il Genoa, realizza il gol del 2-2 battendo l’esperto Tacconi con un destro da fuori area con palla che si infila bassa nell’angolino; diventerà un marchio di fabbrica, riproposto sei giornate dopo al Delle Alpi contro il Torino, (1-1). Con i primi due gol segnati in questo modo, il terzo di testa su corner ed il quarto segnato trasformando un rigore, curiosamente Di Biagio mette in mostra il repertorio offensivo di tutta una carriera. Da notare come già a vent’anni non mostri nessuna paura a proporsi dagli undici metri, neanche quando la palla scotta; come in quel Foggia – Inter, seconda di campionato ‘93/94, in cui risponde al gol di Schillaci battendo Zenga e fissando il risultato sull’1-1; negli spogliatoi Casillo parlerà di premio in caso di scudetto, facendo arrabbiare Zeman (gustatevi il video).

Al termine di quell’anno (28 gare, 3 reti) Zeman passa alla Lazio; Di Biagio rimane ancora per un’altra stagione (29 gare, 4 reti), fino all’inevitabile divorzio a giugno, con la squadra che scende in serie B e l’offerta della Roma di Mazzone, Balbo e Fonseca, in pratica irrinunciabile. In quella stagione ha l’onore di dividere la mediana con la bandiera Giuseppe Giannini, all’ultimo anno prima del ritiro. La Roma finisce in zona UEFA e Gigi conferma la sua personalità trasformando un rigore nell’ultima decisiva gara di campionato contro l’Inter vinta 1-0. Dopo la parentesi fallimentare di Carlos Bianchi, sostituito a stagione in corso da Nils Liedholm, la panchina giallorosa viene affidata proprio a Zeman.

E’ una stagione spettacolare, che la Roma finisce al 4° posto, scatenandosi in occasione di partite storiche come il 6-2 al Napoli, il 4-1 alla Fiorentina, un 5-0 al Brescia in cui per Di Biagio arriva la prima doppietta in carriera. Bis concesso due giornate dopo con il capolavoro zemaniano del 5-0 al Milan (peggior risultato di sempre per Capello allenatore), in cui Gigi segna prima su rigore e poi con un fantastico tiro da fuori che scavalca Rossi. E’ l’estate 1998, ci sono i mondiali in Francia; Cesare Maldini si fida ciecamente del centrocampista della Roma, che pur non essendo stato un protagonista delle qualificazioni, nella fase finale entra in campo a metà della prima partita, contro il Cile, e non ne esce più. Ci regala un mondiale di grinta e sacrificio, secondo molti è il migliore azzurro in quella manifestazione; segna un gol contro il Camerun e serve l’assist a Vieri per il gol che ci consente di battere la Norvegia agli ottavi, verticalizzazione in tipico stile zemaniano. La beffa arriva ai quarti, contro i padroni di casa francesi: Gigi si danna tutta la partita, Baggio manda fuori il golden gol per “tanto così”; zero a zero e lotteria dei rigori. Come già accaduto a Pasadena nel ‘94, anche questa volta il migliore giocatore della squadra sbaglia il rigore decisivo e l’Italia viene eliminata. Per due anni il suo nome sarà inevitabilmente associato al secco rumore metallico della traversa che Gigi quasi spezza col suo tiro potente e centrale. I fotogrammi successivi sono gli stessi di quattro anni prima: mani sul volto, ginocchia che cedono, lacrime, avversari che esultano; con l’aggravante che questa volta l’eroe caduto non è un semi-dio come Baggio, ma un gregario di centrocampo tutto grinta e polmoni, che su quel dischetto ci era arrivato a testa alta e muso duro, dopo aver dato l’anima in campo per tutta la partita; praticamente un trauma nazionale.

Due anni dopo, sempre ai rigori, l’Italia si gioca la semifinale degli Europei contro l’Olanda. Gigi tira e segna, dimostrando tutto il coraggio di un cuore da guerriero. Su quell’episodio si scomoderà anche la psicologia; a me sembra più bello riportare il siparietto con Totti prima della trasformazione: “A Francè, me sto a cagà sotto”, risposta di Totti “E grazie ar c…, guarda quanto è grosso sto portiere”.

Accostando questi due episodi, per far risaltare le qualità umane di Di Biagio, ho saltato nel racconto l’ultima stagione romanista sia sua che di Zeman; con i sospetti di ritorsioni arbitrali a seguito delle accuse di doping rivolte alla Juve dal boemo; ed ancora Il successivo passaggio all’Inter, dove Gigi si conferma protagonista per altre quattro stagioni. Memorabile il suo primo derby in nerazzurro, in cui prima sradica palla ai centrocampisti del Milan lanciando l’azione del primo gol, poi si propone per lo scambio al limite dell’area, concludendo con uno dei suoi migliori tiri dalla distanza, imparabile per Abbiati, gol che lo consacra idolo anche della curva interista, come già lo era stato per quella romanista.

L’avventura milanese si conclude con il trasferimento a Brescia, dove giocherà di nuovo con Roby Baggio, e dove saprà reinventarsi ottimo difensore centrale, allungandosi la carriera; curioso che in due anni al Brescia prima eguagli e poi ritocchi il suo record di gol: 7 il primo e 9 il secondo anno. L’ultimo anno al Brescia è in serie B, Gigi vorrebbe essere ceduto per chiudere la carriera in A, rescinde così il contratto e firma con l’Ascoli, ma la dirigenza delle Rondinelle, forse per ripicca, ritarda le operazioni burocratiche, e il nuovo contratto non può entrare in vigore fino a gennaio. Nei sei mesi di stop si allena e gioca con i dilettanti della Polisportiva La Storta di Roma. Il suo legame con la città natale lo porta ad impegnarsi nel settore giovanile prima della stessa La Storta poi della Cisco Roma, e negli ultimi anni organizza manifestazioni a livello Allievi (ragazzi di 15-16 anni). Nel 2008 consegue il patentino da allenatore, ma nel 2009 lascia la Cisco; ultimamente lo abbiamo visto nelle vesti di commentatore televisivo.

In merito alla tattica ha un’idea chiara: i giocatori contano più dei moduli, però il 4-3-3 è quello che copre meglio il campo…vi ricorda nessuno?

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